Ousmane Ndiaye Dago

Nasce a Dakar nel 1952. Dopo essersi diplomato in Arti Plastiche all’Istituto Nazionale di Belle Arti del Senegal si trasferisce in Belgio e si diploma in Arti Grafiche all’Accademia Reale di Belle Arti di Anversa (1981). Torna a Dakar ed ottiene la cattedra di Arti Grafiche Plastiche all’Istituto Nazionale di Belle Arti di Dakar ed assume la direzione artistica della rivista LOCA. Per oltre un decennio collabora a numerose riviste e ne fonda alcune. S’impone presto come art designer e come il principale creatore di pubblicità del suo Paese.

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Quasi contemporaneamente apre uno studio fotografico dove realizza soltanto opere che definisce "creative", estranee al suo lavoro principale, e dove allestisce gruppoi di grande teatralità: donne afriocane che dipinge di bianco servendosi di gesso e che poi sporca di colore ottenendo un effetto di forte drammatizzazione e di potente erotismo.

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Tutte le sue figure sono femminili, rigorosamente prive di volto e molto spesso ritratte di schiena. Nel ciclo del 2002 tende a dar ancora più risalto ai movimenti dei gruppi e ad ammorbidire i toni cromatici.
La sua prima personale di notevole impegno è allo Spazio Renault di Dakar, dove espone venti opere in occasione del Mese della Fotografia (1998).
È invitato con le prime foto di grandi dimensioni (sei opere di cm 160x200), realizzate per l’occasione, alla mostra Il ritorno dei maghi, tenutasi ad Orvieto a cura di Enrico Mascelloni e Sarenco nel 2000 (cat. SKIRA, Milano 2000).

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È invitato alla mostra Noorderlicht al Museo d’Arte Contemporanea di Groningen (Olanda) ed al Festival dei Tre Continenti di Nantes, dove viene pubblicata una monografia dal titolo Odes Nues.
Ben presto s’impone in Europa come uno dei maggiori artisti dell’Africa Contemporanea e come uno dei più originali protagonisti dell’uso della fotografia come media per eccellenza dell’arte contemporanea.

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È invitato alla Biennale di Venezia nel 2001 ed alla Biennale di Valencia dello stesso anno.
Nel 2000 è alla mostra PhotoDakar tenutasi alla Rocca di Umbertide e alla Daniela Facchinato Image Gallery di Bologna (cat. Parise editore) a cura Mascelloni e Sarenco.
Espone nel 2001 alla Galleria Franco Riccardo di Napoli ed alla Galleria Galica di Milano, introdotto da un testo in catalogo di Martina Corgnati.
Nel 2002 è uscita una monografia con testi di Achille Bonito Oliva, Martina Corgnati e T. K. Biaya (Prearo editore, Milano 2002).

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Nel settembre 2002, in occasione della decima edizione di CavourArt Festival, si è inagurata a Terni, a Palazzo Fabrizi, un’ampia personale a cura di Enrico Mascelloni nella cui occasione viene pubblicato il libro Dago Il teatro della crudeltà (edizioni CavourArt Fotografia, Terni 2002).
A dicembre 2002 vince il 42° Premio Suzzara "Città e Campagna Frontiere 2002" (3° Premio).
Nel gennaio 2003 si è tenuta a Roma una personale alla Galleria De Crescenzo e Viesti.

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Dago è un uomo di poche parole sull’arte sua e sull’arte in genere. Possiede una buona cultura, ha viaggiato molto, ha una formazione accademica con tutti i crismi, affronta ogni argomento con arguzia e pathos. Artista geniale, è capace d’inventare un "mondo" potente ed originale: i corpi nudi delle sue femmine sono interamente rivestiti dalla grandezza della natura attraverso la terra e il sangue-colore.
Le donne di Dago sono così paradossalmente pudiche che pur nella loro trasformazione in terra non dimenticano di coprirsi il capo. Sono infatti tutte rigorosamente senza volto e seppur il corpo-terra catalizzi al massimo grado una sorta di convulsione erotica che i corpi in contiguità moltiplicano, Dago proibisce ogni esposizione del viso a sguardi estranei.

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Gli scenari di Dago, pur suggestionati da molteplici culture e da quella africana in specie, restituiscono uno spazio vuoto di tempo e di storia. L’artista costruisce box caotici e claustrofobici. Le donne utilizzano i capelli o stracci di fortuna, in un caso persino un sacco ruvido e grossolano, ma tutte si coprono il volto con gesti a volte parossistici. L’intenzione di Dago è di azzerare storie e culture, e con esse persino il colore della pelle,che da molto tempo ha cessato di essere un connotato naturale per trasformarsi nel più storico di tutti i caratteri.

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La misura di Dago è l’ossessione. L’idea della femme-terre e del "teatro della crudeltà" in cui è immessa pare talmente intensa che mi chiedo se vorrà mai "aggiornarla", come si dice da noi. Forse sarà proprio l’idea del teatro a suggerirgli qualche nuova variante. In fondo Dago è anche un formalista accanito: l’erotismo raffinato e sapientemente impaginato dei suoi gruppi ha un impianto classicista e quando le figure tendono a piegarsi e a flettere vien da pensare al Liberty: ragazze come fiori che una Fin de Siècle fa erano pronte a sbocciare in un intreccio di curve e che nelle sue foto sembrano già sbocciate in un cataclisma di colore o per meglio dire in un clima da Grand Guignol, sottolineando quanto teatro ci sia nella sua arte.

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L’Africa e il secolo appena finito non hanno certo risparmiato le "fanciulle in fiore" ma che un musulmano di Dakar rimodelli l’erotismo europeo e quello africano, manipoli i corpi femminili ben oltre le stanche efferatezze delle estetiche posthuman, costruisca un "teatro della crudeltà" che sarebbe piaciuto ad Artaud, formuli uno spazio rituale che ricorda in ogni momento le nuove e le vecchie "religioni del sangue", ebbene tutto questo continua a sorprendermi come ci sorprese non poco nel 1998.

Enrico Mascelloni

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